UN TRAM CHIAMATO EUROPEO: PER ALCUNI, L'ULTIMO

UN TRAM CHIAMATO EUROPEO: PER ALCUNI, L'ULTIMO

Nato a Milano nel 1978, Federico Casotti è dal 2004 anchorman e telecronista di Sportitalia. Voce della Ligue 1 dal 2010, autore dell'e-book "Parigi non è stata fatta in un giorno", edito da Amazon.
 di Federico Casotti articolo letto 1672 volte

Premessa: non sono uno che ama valutare le carriere dei giocatori semplicemente prendendo il metro e misurando la lunghezza della loro bacheca personale. Esercizio rischioso, soprattutto in uno sport di squadra come il calcio, dove il talento del singolo da un lato è costretto a legarsi alle fortune dei compagni, e dall’altro è in grado di emozionare e lasciare il segno indipendentemente dalla presenza o meno negli albi d’oro. Se l’Ungheria del 1954, l’Italia del 1970, o l’Olanda del Calcio Totale – parlando solo di Nazionali – sono entrate di corsa nell’immaginario collettivo pur se da perdenti, un motivo ci dovrà pur essere.


Euro 2012 per alcuni sarà l’ultima occasione di lasciare il segno con la maglia della Nazionale d’appartenenza, non necessariamente vincendo la finale di Kiev. Penso soprattutto all’Inghilterra, che purtroppo dovrà fare a meno di Lampard, potendo contare sui vari Terry, Ashley Cole, Gerrard: gli ultimi frutti ormai quasi del tutto spremuti di una generazione che ha illuso per oltre un decennio i tifosi d’Oltremanica. Giocatori che, chi prima chi dopo, hanno raccolto in abbondanza con i rispettivi club, ma che con la Nazionale hanno puntualmente steccato. Tutti giocatori sopra la trentina, che magari ci saranno anche tra due anni in Brasile, ma ormai in chiara fase declinante.


Un discorso analogo lo si può applicare per due protagonisti del nostro campionato: Miroslav Klose e Zlatan Ibrahimovic. Il primo in realtà a livello personale ha pochi rimpianti: Europeo o Mondiale per lui pari erano, anche se i suoi gol non hanno mai portato nulla di concreto alla Nationalmannschaft. Ecco, nel suo caso una deroga al principio di cui sopra la farei volentieri: l’attaccante della Lazio meriterebbe come pochi di poter vincere qualcosa con la sua Nazionale.

Difficile che vi possa riuscire invece Ibra. L’ultima volta che lo vidi dal vivo con la maglia della Svezia fu un anno e mezzo fa, quando i “blagult” vennero maltrattati all’Amsterdam ArenA dall’Olanda. Azzardai in quell’occasione un paradosso: un simile divario di forze tra il milanista e il resto dei compagni era un grosso danno per la squadra di Hamrèn, costretta a mettersi al servizio di Ibra senza averne i mezzi, e rinunciando così a proporre un’idea di squadra più equilibrata e dignitosa. Le stesse recenti dichiarazioni, con cui Ibra ha sollecitato rinforzi al Milan, potrebbero anche essere lette come la presa di consapevolezza da parte di un giocatore che sente di non essere più decisivo come nel fiore degli anni. In questo senso, le voci che lo accosterebbero al Psg e alla tranquilla Ligue 1 sarebbero tutt’altro che campate per aria.


Da un milanista a un ex, l’Europeo sarà soprattutto l’occasione per la degna e garbata uscita di scena di Andriyi Shevchenko, che con la kermesse di casa chiuderà una carriera comunque bellissima, anche se appassita troppo presto. Con lui, chiuderà i battenti la generazione dei Tymoschuk e dei Voronin, in grado di portare l’Ucraina tra le prime otto del mondo, e desiderosa di lasciare un ultimo segno nelle proprie città, nei propri stadi, là dove partì il loro sogno, per chiudere degnamente il cerchio.