Storia degli Europei - Francia 1984

Storia degli Europei - Francia 1984

© foto di Alberto Lingria/PhotoViews
 di Oreste Giannetta articolo letto 3963 volte

Stessa formula di quattro anni prima, ma solo tre delle squadre protagoniste in Italia riescono a qualificarsi alla settima edizione del torneo. A fare gli onori di casa, bissando l’edizione d’esordio del 1960, è la Francia. I galletti godono i frutti di una generazione di campioni, concentrati soprattutto a centrocampo, con Tigana, Giresse e Fernandez a fare da nobili scudieri a Le Roi, Michel Platini, che proprio dal 1982 è sbarcato alla Juventus per mostrare il meglio di sé. Sono reduci da un mondiale giocato ad alto livello, ma finito in maniera beffarda, con la rimonta subita nella semifinale contro la Germania Ovest, poi persa ai calci di rigore. C’è voglia di rivincita, contando sul fattore campo per ottenere il primo alloro internazionale nella storia dei Bleus.
Ovviamente non mancano i tedeschi, vicecampioni del mondo, che però faticano più del previsto per primeggiare in un girone sulla carta abbordabile. La sconfitta casalinga contro l’Irlanda del Nord, infatti, li costringe a vincere, in rimonta, l’ultima gara con l’Albania per poter esultare. Le altre due conferme sono la Spagna, che dopo la delusione del mondiale casalingo si toglie la soddisfazione di eliminare l’Olanda, non senza sollevare sospetti per la goleada decisiva contro Malta, e il Belgio, finalista quattro anni prima e senza grossi problemi contro Svizzera e Germania Est. Tornano protagoniste la Jugoslavia e il Portogallo. Gli slavi approfittano di un girone abbordabile, col Galles unico avversario temibile. I portoghesi, invece, rinverdiscono i fasti dell’epoca di Eusebio con una squadra tutta sostanza, nella quale brilla la Scarpa d’Oro Fernando Gomes (quasi 300 gol in 340 presenze col Porto, col quale vincerà la Coppa dei Campioni tre anni dopo). I lusitani si mettono alle spalle Unione Sovietica e Polonia, entrambe in crisi d’identità dopo anni gloriosi.
E l’Italia? La sbornia del mondiale spagnolo non è ancora passata, gli eroi di Bearzot vengono idolatrati ovunque vadano, ma le avversarie purtroppo non stanno a guardare. Gli azzurri, inseriti in un girone non certo impossibile, iniziano con tre pareggi, due interni, contro Cecoslovacchia e Romania, e uno a Cipro. La qualificazione è già compromessa, ma a renderla impossibile ci pensano le successive tre gare. La Romania, allenata da Mircea Lucescu, si impone a Bucarest con la rete di László Bölöni, mentre la Svezia dello scatenato Strömberg, poi idolo all’Atalanta, vince sia in casa che a Napoli. La sconfitta a Praga completa il disastro e solo l’unico successo, “conquistato” a Perugia contro Cipro, permette di evitare un umiliante ultimo posto. Già così, però, è chiaro che il ciclo è finito, ma Bearzot non vorrà rendersene conto, continuando imperterrito fino al deludente mondiale messicano di due anni dopo.
Senza i campioni del mondo, il torneo non perde comunque di interesse. La Francia, trascinata dal suo pubblico, paga inizialmente la tensione, vincendo a fatica contro la Danimarca nella gara d’esordio. I danesi non sono però affatto un avversario morbido, trascinati da tre campioni di tre generazioni diverse, l’esperto ex Pallone d’Oro Allan Simonsen, il possente Preben Elkjær, all’apice della carriera e futuro scudettato a Verona, e il giovane Michael Laudrup, che a nemmeno 20 anni è stato capace di segnare otto gol in Serie A con la Lazio. La goleada contro la Jugoslavia e la successiva vittoria in rimonta contro il Belgio valgono loro una storica semifinale, alle spalle proprio dei francesi, che dopo l’inizio stentato trovano in Platini l’arma in più. Due sue triplette, infatti, sono sufficienti ad azzerare le speranze di Belgio e Jugoslavia.
Il secondo girone è molto più equilibrato, tanto da partire con due pareggi. Alla seconda giornata la Germania Ovest sembra in grado di sprintare in testa, battendo la Romania con doppietta di Rudi Völler, ma la successiva sconfitta, arrivata al novantesimo contro la Spagna, costa ai tedeschi l’eliminazione. Troppi dissidi interni, per i campioni in carica, che costano il posto al tecnico Derwall, incapace di sfruttare una rosa che due anni dopo bisserà la finale mondiale di Madrid. Il secondo posto del girone, alle spalle della Spagna, è appannaggio del Portogallo, che risolve nel finale la pratica Romania e si ritrova tra le prime quattro nonostante non abbia certo mostrato un calcio spettacolare.
La prima delle due semifinali, che tornano in programma dopo essere state abolite per una sola edizione, vede di fronte proprio l’ostico Portogallo e la Francia. Il ritmo lento imposto dai palleggiatori lusitani irretisce i francesi, abituati ad esprimere un calcio molto più rapido. Riescono comunque a sbloccare il punteggio col terzino Domergue, forse il meno “nobile” degli undici messi in campo dal tecnico Hidalgo. Quando manca un quarto d’ora al termine, però, il centravanti portoghese Jordão trova il pareggio e manda tutti ai supplementari. Ancora lui, dopo soli otto minuti di extratime, gela il Vélodrome di Marsiglia, superando il portiere Bats con una girata beffarda. La Francia si riversa in attacco a ranghi compatti e Domergue si erge a eroe per caso della serata, riportando tutti in parità quando mancano sei minuti al termine. I rigori sembrano ormai alle porte, ma non si sono fatti i conti con Platini, che all’ultimo assalto finalizza da centravanti un’iniziativa dello scatenato Tigana. Prima finale della sua storia per la Francia, dunque, che si può sedere in poltrona aspettando l’avversario.
A Lione la Spagna soffre tremendamente la fisicità dei danesi, che hanno perso Simonsen per infortunio. Va subito sotto per la rete di Lerby, ma riesce a rimettere la testa fuori dall’acqua grazie a Maceda, stopper dello Sporting Gijón che già era stato decisivo contro la Germania Ovest nel girone. I supplementari non regalano gol, anche se la Danimarca, in dieci per l’espulsione di Berggren, si vede negare il gol dal portiere iberico Arconada, in serata di grazia. Ai calci di rigore l’errore decisivo lo commette Elkjær, calciando a lato nella quinta serie di tiri. Subito dopo il basco Sarabia non sbaglia e per la Spagna è finale, con un pizzico di fortuna.
Per quanto visto fino a quel momento non sembra esserci partita. La Francia appare nettamente più forte, ma gli spagnoli hanno dimostrato più volte di essere duri a morire, puntando sulla difesa guidata da un Arconada in stato di grazia. Nel primo tempo, infatti, i padroni di casa faticano a esprimere il loro gioco, forse risentendo anche della fatica accumulata nella battaglia col Portogallo. Almeno fino al decimo della ripresa, quando su una punizione beffarda di Platini, che arriva bassa sul secondo palo, Arconada commette l’errore più grave della sua carriera, lasciandosi sfuggire la palla, che si insacca in rete nonostante il tentativo disperato di recuperare. A questo punto la Spagna si getta all’arrembaggio, mostrando di saper attaccare, quando vuole, ma Bats fa buona guardia e, nonostante l’espulsione di Le Roux, i francesi riescono a reggere rischiando più volte di raddoppiare, fino a riuscirci proprio al novantesimo con Bellone. È il trionfo della Francia, il primo in assoluto, ma è soprattutto il trionfo di Platini, che chiude con otto reti (o nove, considerato l’autogol procurato contro la Danimarca) in cinque partite, record di segnature ancora imbattuto.