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Sabato 24 Agosto 2019                     
Storia degli Europei - Germania Ovest 1988

Storia degli Europei - Germania Ovest 1988

© foto di Alberto Lingria/PhotoViews
 di Oreste Giannetta   Vedi letture

Unica ad aver vinto due edizioni del Campionato Europeo, la Germania Ovest non ha però mai avuto l’onore di organizzarne uno. Lacuna colmata con l’assegnazione dell’edizione del 1988, che arriva proprio l’anno prima della storica caduta del Muro di Berlino, prologo alla tanto attesa riunificazione.
I tedeschi, guidati in panchina da Franz Beckenbauer, sono i logici favoriti, dall’alto della finale mondiale persa due anni prima al cospetto dell’Argentina di Maradona. Non mancano le pretendenti di un certo livello, alcune delle quali già messesi in mostra sui campi messicani. Su tutte l’Unione Sovietica, l’Inghilterra e l’emergente Danimarca. I sovietici dominano il loro girone davanti alla Germania Est e alla Francia, ancora alle prese col difficile post-Platini. Gli inglesi, trascinati da uno scatenato Gary Lineker, lasciano le briciole alla Jugoslavia, mentre i danesi vincono una guerra di nervi contro Cecoslovacchia e Galles, decisa proprio dal successo contro i Dragoni, firmato da Elkjær. Ambizioni non nascoste anche per la Spagna che, guidata dalla “Quinta del Buitre” (blocco del Real Madrid capitanato dal bomber Emilio Butragueño), fa suo un girone comunque abbordabile, con la sola Romania avversario di spessore. Si rivede l’Olanda, finalmente in grado di dimenticare la generazione degli anni Settanta. Lo fa con la coppia milanista formata da Gullit e Van Basten e, curiosamente, col ritorno in panchina di Rinus Michels, il profeta del calcio totale. L’ultimo posto della fase finale se lo aggiudica la sorpresa delle qualificazioni, l’Irlanda. Guidati in panchina da una vecchia gloria del calcio inglese, Jack Charlton, gli irlandesi mettono in mostra un gioco poco spettacolare ma redditizio. Approfittano del calo del Belgio, semifinalista mondiale due anni prima, e precedono anche l’emergente Bulgaria.
Resta l’Italia. Gli azzurri hanno dato il via al profondo rinnovamento che Bearzot aveva per troppo tempo rimandato. A metterlo in atto è Azeglio Vicini, promosso dall’Under 21 e quindi l’uomo più adatto per dare spazio alle giovani leve. I vari Zenga, Maldini, Donadoni, Giannini, Vialli e Mancini vengono promossi in blocco. L’obiettivo è qualificarsi alla fase finale, ma senza l’assillo del risultato. Quello dovrà arrivare due anni più tardi, al mondiale disputato in casa. Nella prima parte a fare la differenza è il “vecchio” Altobelli, mentre dopo la sconfitta in Svezia ci pensa Vialli a dare la carica ai suoi, firmando la vendetta al ritorno, nella gara che vale la qualificazione.
Il sorteggio regala ai ragazzi di Vicini il girone dei padroni di casa, in compagnia di Spagna e Danimarca. Si parte contro i tedeschi e Mancini va a segno, per poi correre a esultare polemicamente contro i giornalisti, rei di averne criticato la presenza in campo. I tedeschi riemergono grazie a una punizione a due in area, trasformata da Brehme, e alla fine il pareggio soddisfa entrambe le squadre, anche se nell’altra gara la Spagna parte subito bene battendo la Danimarca. Le Furie Rosse vengono però presto domate sia dall’Italia, grazie a Vialli, sia dai tedeschi. Stesso copione per la Danimarca, che subisce un doppio zero a due, salutando la compagnia. Italia seconda per differenza reti, ma comunque soddisfatta, con l’unica nota dolente per un attacco che fatica a concretizzare tutto ciò che crea la squadra.
Nell’altro girone l’Inghilterra, arrivata tra squilli di tromba, fa subito conoscenza con l’amara realtà. Battuta all’esordio dall’Irlanda, cede poi anche all’Olanda ed è fuori dai giochi, chiudendo con la terza sconfitta, contro l’Unione Sovietica. Proprio i sovietici si guadagnano la prima piazza, a scapito dell’Olanda, costretta a rincorrere dopo la sconfitta nel primo turno. Michels, che aveva lasciato stranamente in panchina Van Basten, si ricrede e il Cigno di Utrecht risponde con una tripletta agli inglesi. Per centrare il secondo posto bisogna battere l’ostica Irlanda, capace di costringere al pareggio l’Unione Sovietica, e solo a otto minuti dal termine Wim Kieft, centravanti già visto al Pisa e al Torino, risolve la situazione con un’incornata in sospetto fuorigioco.
Evitata la temibile Olanda, dunque, l’Italia si gioca l’accesso alla finale di Monaco contro l’Unione Sovietica. Nonostante il campo pesante di Stoccarda, gli azzurri fanno la partita e solo l’ottimo portiere Dasaev nega loro la gioia del gol. La temuta difficoltà ad andare a rete, dunque, finisce per costare cara, perché nella ripresa i sovietici crescono, trovando un uno-due micidiale con Litovchenko e Protasov, complice una difesa per una volta troppo scoperta. Il rammarico è tanto, ma è altrettanta la soddisfazione per una squadra giovane e di prospettiva, in grado di giocarsela alla pari con formazioni più esperte. A decidere l’avversaria dei sovietici in finale è la grande sfida tra Germania Ovest e Olanda, tanto attesa rivincita della finale mondale del 1974. Come allora, sono due rigori ad accendere il match. I tedeschi vanno avanti con Matthäus, venendo raggiunti da Ronald Koeman a un quarto d’ora dal termine. Quando i supplementari sembrano inevitabili, Van Basten trova il diagonale vincente regalando agli Orange la prima finale europea della loro storia.
Delusione a Monaco di Baviera, dunque, vista l’assenza dei padroni di casa, ma la finale è degna del palcoscenico, con due formazioni che fanno dell’atletismo, abbinato alla tecnica, la loro arma in più. Gli olandesi partono sfavoriti, vista la maggiore solidità messa in mostra dagli avversari, ma alla prova dei fatti dimostrano di avere qualcosa in più. Dopo mezzora di gioco, Gullit svetta di testa in area e supera Dasaev sbloccando il risultato. Frenate dalla tensione, le due squadre non regalano lo spettacolo che ci si aspettava. Soprattutto i sovietici, che faticano a proporre il loro gioco, definito dal tecnico Lobanovskij come il “Calcio del 2000”. Il colpo del K.O. glielo assesta Van Basten, con quello che entra di diritto tra i gol più spettacolari della storia del calcio. Il traversone dalla sinistra di Muhren sembra innocuo, destinato com’è a uscire dall’area, ma l’Airone colpisce al volo di destro e manda la palla a infilarsi nel sette, sul palo più lontano, con una traiettoria ad arcobaleno che colora l’Europa di arancione. Dove non era riuscita ad arrivare la generazione di Cruijff riesce, al primo colpo, quella di Van Basten. Resterà però un lampo senza seguito.


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