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Sabato 24 Agosto 2019                     
Storia degli Europei - Jugoslavia 1976

Storia degli Europei - Jugoslavia 1976

© foto di Alberto Lingria/PhotoViews
 di Oreste Giannetta   Vedi letture

Il mondiale del 1974 ha incoronato la Germania Ovest, ma ha segnato anche la definitiva esplosione del calcio totale olandese. Gli Orange, guidati da un autentico fuoriclasse come Cruijff, si sono dovuti arrendere in finale ai tedeschi, dando loro appuntamento per la rivincita proprio all’Europeo che sarebbe iniziato di lì a poco. Sembrava impossibile, per tutti, immaginare una finale che non fosse la riedizione di quella memorabile di Monaco di Baviera, ma come sempre il calcio si divertirà a sorprendere.
L’Italia, dal canto suo, si trova in una situazione ben differente rispetto alle due protagoniste annunciate. Gli azzurri, arrivati in Germania gonfi d’orgoglio per la loro lunga imbattibilità, hanno lasciato il torneo al primo turno, dando il via alla rivoluzione forse troppo procrastinata. Al posto di Valcareggi, come tecnico, viene chiamato Fulvio Bernardini, unico in grado, col suo curriculum, di mettere da parte la vecchia guardia senza subire la pressione delle polemiche. Via Mazzola, Riva e Rivera, dunque, e spazio ai giovani Antognoni e Bettega. Il problema di Bernardini, però, non sono gli uomini, quando il sorteggio, che abbina beffardamente l’Italia proprio all’Olanda, col complemento della Polonia, terza al mondiale e nel miglior momento della sua storia. Gli azzurri si tolgono lo sfizio di battere i maestri olandesi a Roma, con una rete di Capello, ma devono cedere il passo in classifica, chiudendo terzi dietro due formazioni che girano a meraviglia. A spuntarla per la qualificazione sono poi proprio Cruijff e compagni, ma solo per la differenza reti.
Ben più tranquillo è il cammino della Germania Ovest, che pur pareggiando la metà delle partite non può certo essere impensierita da Grecia e Bulgaria. Negli altri gironi, invece, non mancano le sorprese. La Cecoslovacchia precede Inghilterra e Portogallo, nonostante parta da un netto zero a tre a Wembley, mentre il Galles, con un percorso quasi netto, approfitta della crisi di Ungheria e Austria. Domina la Jugoslavia, con Irlanda del Nord e Svezia che chiudono distanti. Pochi problemi anche per la Spagna, su Romania e Scozia, e per l’Unione Sovietica, che pur se meno brillante di un tempo riesce a mettere in fila Irlanda e Turchia. Si conferma infine il Belgio, nonostante la Germania Est tenga aperto il discorso fino all’ultimo, mentre una deludente Francia chiude al terzo posto.
Come sempre, i quarti di finale, giocati poche settimane prima della fase finale, si occupano di scremare definitivamente le pretendenti, confermando i rapporti di forza intravisti nelle qualificazioni. L’Olanda suona la carica, seppellendo letteralmente il malcapitato Belgio sotto ben sette reti, e la Germania Ovest risponde da par suo. Nonostante l’addio alla nazionale di Gerd Müller, i tedeschi non subiscono ripercussioni, conquistando un comodo pareggio in Spagna, per poi vincere due a zero a Monaco, con reti di Hoeness e Klaus Toppmöller, futuro tecnico del Bayer Leverkusen finalista di Champions League nel 2002. La squadra più fortunata, in questa primavera del 1976, è certamente la Jugoslavia, abbinata al Galles e dunque comodamente promossa, per poi ottenere anche l’organizzazione del torneo. Resta da qualificare la quarta squadra, nella sfida tra Unione Sovietica e Cecoslovacchia. I sovietici, mai andati sotto la semifinale nelle prime quattro edizioni, partono favoriti, ma a Praga subiscono un pesante uno-due, a cavallo dei due tempi, che rende la gara di ritorno a Kiev una formalità per i cecoslovacchi, capaci di andare pure due volte in vantaggio, prima di accontentarsi del pareggio.
Si va in Jugoslavia, dunque, con gare da disputarsi a Zagabria e Belgrado e con la sanguinosa divisione del Paese ancora di là da venire. Il sorteggio sembra sorridere a chi si aspetta in finale le due grandi rivali. La Germania Ovest, contro i padroni di casa, subisce un avvio scioccante, trovandosi sotto di due gol alla mezzora. Gli slavi, trascinati ancora dall’eterno Dragan Džajić, sembrano padroni del campo, ma non hanno fatto i conti con la leggendaria resistenza tedesca. Sono due subentrati, Flohe e Dieter Müller, a portare tutti ai supplementari nei quali, ancora Müller, si erge a eroe del giorno con la doppietta decisiva che fa dimenticare per un giorno l’addio del suo immenso omonimo. Germania Ovest in finale, dunque, dove però non si presenta l’Olanda. Gli Orange arrivano a Zagabria dilaniati da lotte intestine. Quasi tutta la squadra, eccetto il fido scudiero Neeskens, è apertamente ostile a Cruijff che, dopo aver tradito l’Ajax per il Barcellona, si è lasciato convincere a prendere parte al torneo solo dopo la promessa di un munifico compenso. A questo si aggiungano i contrasti col tecnico, che rassegnerà le dimissioni a manifestazione in corso, e il campo pesante che favorisce i più possenti cecoslovacchi. I novanta minuti offrono poche emozioni. Fa tutto il difensore slovacco Ondruš, che prima porta avanti i suoi e poi regala i supplementari agli olandesi con un autogol. A questo punto, però, esce fuori la miglior condizione atletica dei cecoslovacchi, che segnano prima con la guizzante ala Nehoda e poi con l’esperto centravanti Veselý. Il ciclo di Cruijff in maglia arancione finisce qui, mentre quello dell’Olanda durerà ancora due anni, fino alla sfortunata finale del mondiale argentino.
Il Papero d’oro non prenderà parte nemmeno alla finale di consolazione, vinta sempre ai supplementari contro la Jugoslavia, il giorno prima della finalissima che sembra dover confermare il dominio tedesco. La novità maggiore arriva prima della gara. Il presidente della federazione tedesca, infatti, ottiene che in caso di parità dopo i supplementari la sfida venga decisa ai calci di rigore, come avviene già da qualche anno a livello di club. Tutto questo perché, a suo parere, i giocatori sono troppo stremati per sostenere lo sforzo ulteriore della ripetizione, dopo due semifinali massacranti. E tutto questo nonostante Beckenbauer, quasi presagendo la beffa, dichiari che la squadra non avrebbe problemi a disputare una seconda finale due giorni dopo. La gara, come le precedenti, non lesina sorprese. Švehlík sblocca il punteggio dopo meno di dieci minuti e, trascinati dal pubblico locale che simpatizza per gli outsiders, i cecoslovacchi raddoppiano al venticinquesimo col terzino Dobiaš, sfiorando il tris subito dopo. La Germania è frastornata, ma trova inaspettatamente il gol con quello che è ormai il suo salvatore, Dieter Müller. Nella ripresa i tedeschi riescono ad andare in forcing, trovando il pareggio in extremis grazie a Hölzenbein, bandiera dell’Eintracht. Ai supplementari il copione si inverte, perché adesso sono loro quelli più in forma. Il risultato però non si sblocca, grazie alle parate del portiere boemo Viktor che trascina tutti alla lotteria dei rigori, la prima di sempre a livello di nazionali.
Come ormai assodato, quando si tratta di calci di rigore a fare la differenza è la maggior lucidità a livello psichico, più che fisico. I tedeschi, consci che alla ripetizione sarebbero stati favoriti da una rosa di livello più alto, con la possibilità di fare più cambi, sono svantaggiati al cospetto di una squadra, la Cecoslovacchia, che invece sa di aver raggiunto il suo massimo obiettivo. I primi sette tiri dal dischetto vanno tutti a segno, finché davanti a Viktor si presenta Hoeness. Il trequartista, che col Bayern e con la nazionale ha vinto praticamente tutto, stavolta non regge alla pressione, sparando alle stelle il pallone e scatenando l’entusiasmo dei tifosi cecoslovacchi. Tra loro e la clamorosa vittoria restano undici metri, quelli che separano l’ultimo tiratore, il regista Antonín Panenka, dalla porta difesa da Sepp Maier. E ventiquattro anni prima di Totti, che nascerà di lì a pochi mesi, Panenka decide di beffare un vero monumento del calcio come il portiere tedesco con un cucchiaio che regala alla Cecoslovacchia il primo storico trionfo della sua storia. L’Europa ha una nuova, inattesa, regina, ma non per questo non meritevole del trono.


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